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Manjaro-32 riporta Manjaro sui sistemi i686

Arch Linux ha abbandonato ufficialmente il supporto ai sistemi operativi a 32-bit e questa sua decisione si è ripercossa sulle sue derivate principali ovvero Manjaro e Antergos che non forniranno più supporto ai sistemi i686. Per fortuna, così come è accaduto per Arch Linux, anche per Manjaro ci ha pensato la comunità a mettere una pezza.
E’ nato infatti Manjaro-32, un progetto totalmente comunitario che mira a fornire i pacchetti necessari all’installazione di Manjaro sui sistemi a 32-bit i686.

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Suru sarà il set di icone predefinito di Ubuntu 18.04 LTS

Sam Hewitt, il creatore di numerosi temi e set di icone per Linux, ha annunciato sulla sua pagina Patreon che il set di icone Suru da lui creato sarà il set di icone predefiniti di Ubuntu 18.04 LTS.

Le icone Suru in azione su GNOME Shell

La decisione è una conferma di quanto era già stato annunciato qualche giorno fa da Canonical che si era mostrata interessata ad usare le icone Suru per la sua prossima LTS.
Vi piacciono? Siete contenti?

Via Google+

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Firefox 57 Quantum arriva e mostra i muscoli a Chrome

Mozilla ha ufficializzato il rilascio di Firefox 57 Quantum, la nuova versione completamente rinnovata nell’aspetto e sotto il cofano del celebre browser internet.

Firefox 57 è costruito su di di un nuovo motore completamente rinnovato progettato per sfruttare appieno le capacità di calcolo dei processori moderni. Questo fa si che Firefox 57 è veloce più del doppio rispetto alle release di 6 mesi fa.
Oltre al nuovo motore troviamo una interfaccia utente ridisegnata, più moderna e pulita ed elementi ottimizzati per schermi touch.

La barra degli indirizzi è stata unificata con la barra di ricerca e sarà l’aspetto predefinito per tutte le nuove installazioni ma sarà comunque possibile tornare al veccchio apseto per tutti i nostalgici.
Aggiornata anche la pagina delle schede che comprende tutti i siti più visitati, le pagine viste di recente e le raccomandazioni di Pocket (queste ultime info saranno visibili solo negli Stati Uniti, in Canada e in Germania).

Per maggiori informazioni vi rimando alle note di rilascio di Firefox 57 Quantum.”"

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Come aggiungere il PPA Ubuntu Mozilla Securty Team su Linux Mint

Il PPA Ubuntu Mozilla Security Team offre la possibilità di provare subito le ultime release stabili di Firefox su Ubuntu. Purtroppo tale repository, se aggiunto a Linux Mint, non funziona correttamente. Questo perché il team di Linux Mint offre una serie di pacchetti personalizzati per alcuni programmi come per l’appunto Firefox (che su Mint ha alcune modifiche come la mancanza di Google come motore di ricerca predefinito sostituito da Yahoo).
Per poter aggiungere e sfruttare questo PPA su Linux Mint avremo bisogno di creare un file in /etc/apt/preferences.d/ con le informazioni per pinnare il suddetto PPA e impostarlo come preferito per gli update.
Vediamo come fare.
Come prima cosa aggiungiamo il PPA Ubuntu Mozilla Security Team alla nostra Linux Mint dando da terminale:

sudo add-apt-repository ppa:ubuntu-mozilla-security/ppa

Aggiorniamo

sudo apt update

Andiamo ora a creare il file ubuntu-mozilla-security.pref in /etc/apt/preferences.d/
Da terminale diamo:

sudo xed /etc/apt/preferences.d/ubuntu-mozilla-security.pref

All’interno del file incolliamo quanto segue

Package: *
Pin: release o=LP-PPA-ubuntu-mozilla-security
Pin-Priority: 701

Salviamo e avviamo il Gestore Aggiornamenti di Linux Mint che ora vedrà il PPA e ci consentirà di aggiornare Firefox sfruttando i pacchetti presenti nel suddetto PPA.

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Installiamo Latte Dock su Kubuntu / KDE neon

Stanchi del solito look di KDE Plasma? Volete provare qualcosa di diverso in stile macOS senza però passare ad altri ambienti desktop? Latte Dock è la soluzione che fa per voi.
Latte Dock è infatti una dock in stile macOS semplice ed elegante in grado di dare un aspetto più alternativo al vostro KDE.
Scopriamo insieme come installare Latte Dock su Kubuntu e KDE neon compilandolo manualmente.

La prima cosa da fare, se ci troviamo su Kubuntu, è quella di aggiungere il PPA Kubuntu Backports e di aggiornare la nostra distro. Possiamo farlo dando da terminale

sudo add-apt-repository ppa:kubuntu-ppa/backports

sudo apt update

sudo apt dist-upgrade

AGGIORNAMENTO: Latte Dock è stato inserito nei repository di KDE neon User Edition quindi non sarà più necessario installare manualmente Latte Dock ma potete farlo tramite repository di sistema.

Questo passaggio non è necessario su KDE neon in quanto già disponiamo delle ultime versioni dei pacchetti necessari per far funzionare Latte Dock

Una volta fatto installiamo le dipendenze necessarie alla compilazione di Latte Dock

sudo apt install cmake extra-cmake-modules qtdeclarative5-dev libqt5x11extras5-dev libkf5iconthemes-dev libkf5plasma-dev libkf5windowsystem-dev libkf5declarative-dev libkf5xmlgui-dev libkf5activities-dev build-essential libxcb-util-dev libkf5wayland-dev git gettext libkf5archive-dev libkf5notifications-dev libxcb-util0-dev libsm-dev libkf5crash-dev

Ora siamo pronti per compilare Latte Dock sulla nostra Kubuntu / KDE neon. Scarichiamo a questo indirizzo l’ultima release di Latte Dock https://github.com/psifidotos/Latte-Dock/releases

Una volta fatto estraiamo il contenuto del file compresso nella nostra home. Tramite il file manager Dolphin rechiamoci nella cartella appena estratta, facciamo click con il tasto destro del mouse, e selezioniamo Azioni, Apri terminale qui

Diamo ora il comando

sh install.sh

per eseguire lo script di compilazione / installazione di Latte Dock. Quando richiesto inseriamo la nostra password utente per completare l’installazione di Latte Dock.
Una volta installato Latte Dock vi basterà avviare l’applicazione dal menu applicazioni per caricarla. A voi la scelta su come personalizzare il look della vostra distro.

Per rimuovere Latte Dock vi basterà tornare nella cartella di prima e dare

sh uninstall.sh

Di seguito trovate un breve video che illustra alcune delle possibilità di personalizzazione offerte da Latte Dock

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La nuova versione di Red Hat OpenStack Platform migliora la flessibilità dell’IT e ne riduce la complessità grazie ai container Linux


La nuova versione di Red Hat OpenStack Platform migliora la flessibilità dell’IT e ne riduce la complessità grazie ai container Linux

Red Hat OpenStack Platform 12 introduce servizi containerizzati e migliora la sicurezza complessiva della piattaforma
Milano, 13 novembre 2017 – Red Hat, Inc. (NYSE: RHT), leader mondiale nella fornitura di soluzioni open source, presenta Red Hat OpenStack Platform 12, versione più recente della sua piattaforma cloud Infrastructure-as-a-Service (IaaS), estremamente flessibile e scalabile. Basata sulla release OpenStack “Pike”, Red Hat OpenStack Platform 12 introduce servizi containerizzati, migliorando la flessibilità e riducendo la complessità per uno sviluppo applicativo più rapido. Red Hat OpenStack Platform 12 presenta molte innovazioni, tra cui una DCI (distributed continuous integration) migliorata e una sicurezza superiore, per contribuire a mantenere la data compliance e a gestire il rischio.

Centinaia di clienti hanno già scelto Red Hat OpenStack Platform come base per il loro cloud – ibrido e privato – per una grande varietà di progetti mission-critical. Tra questi BBVA; Cambridge University; FICO; Massachusetts Open Cloud; Turkcell; IAG; Oak Ridge National Laboratory; Paddy Power Betfair; Produban; UKCloud e Verizon. Senza contare che Red Hat OpenStack Platform può vantare un ricco ecosistema di partner, che comprende Cisco, Dell EMC, Intel, Lenovo, Rackspace, e NetApp in ambito enterprise, ma anche Ericsson, Nokia, NEC, Huawei, Cisco ed altri ancora nel mercato delle telecomunicazioni.

Red Hat OpenStack Platform 12 è progettato per infrastrutture cloud pubbliche e private, costruito sulla backbone enterprise di Red Hat Enterprise Linux. Red Hat OpenStack Platform 12 è una versione di OpenStack testata, certificata e pienamente supportata, che offre l’agilità di scalare e rispondere in modo più rapido alle necessità dei clienti senza scendere a compromessi in tema di disponibilità, performance o sicurezza dell’IT. Red Hat OpenStack Platform comprende anche Red Hat CloudForms, la piattaforma Red Hat per la gestione multi-cloud, per fornire visibilità operativa e policy-based management attraverso l’intera infrastruttura Red Hat OpenStack Platform e i relativi workload. Inoltre, Red Hat OpenStack Platform 12 conserva una stretta integrazione con Red Hat Ceph Storage, soluzione storage a blocchi, oggetti e file, estremamente scalabile e progettata per il cloud scale-out.

“Per ottenere i benefici promessi dalla digital transformation, le aziende devono aggiornare le loro infrastrutture per poter supportare in modo migliore una nuova generazione di applicazioni che può sfruttare al meglio diverse architetture hardware, container Linux e cloud computing”, spiega Radhesh Balakrishnan, general manager OpenStack di Red Hat. “Red Hat OpenStack Platform 12 offre alle organizzazioni un percorso per ottenere tutto questo in modo sicuro, reale e pianificabile, riducendo al tempo stesso il vendor lock-in. La containerizzazione dei servizi OpenStack abbinata a un ulteriore innalzamento dei livelli di stabilità e sicurezza dell’open source che da sempre caratterizzano Red Hat, offre alle organizzazioni un’infrastruttura pronta alla produzione, per portare flessibilità superiore alle loro operazioni IT.”

Containerizzazione dei servizi OpenStack
Una novità di Red Hat OpenStack Platform 12 è la containerizzazione dei servizi OpenStack. Oltre alla sua leadership su OpenStack, Red Hat è anche all’avanguardia nell’introduzione dei container in azienda e nel contributo a progetti open source dedicati all’innovazione in tema di container. Con l’obiettivo di portare nuove offerte sul mercato in modo più veloce, le organizzazioni oggi necessitano di un’infrastruttura cloud che consenta loro di allocare le risorse in modo più veloce ed efficiente, anche su ampia scala. Implementare servizi OpenStack su container Linux risponde proprio a questo; può migliorare la flessibilità in caso di aggiornamenti, rollback o service management, riducendo la complessità di gestione del cloud da parte degli operatori. Inoltre, i container Linux semplificando una veloce scalabilità dei servizi OpenStack, aiutando i clienti a soddisfare una superiore richiesta da parte degli utenti nel momento in cui è più necessaria.

Che si tratti di realizzare una nuova implementazione, o di effettuare un upgrade automatici tramite il suo director tool, Red Hat OpenStack Platform 12 mette la maggior pare dei servizi OpenStack sotto forma di container, ed al tempo stesso fornisce una Technology Preview containerizzata di alcuni servizi storage e di networking. Questo offre ai nostri partner strategici la possibilità di certificare driver e plugin per questo nuovo modello di deployment, riducendo al minimo la possibile interruzione di servizio per i nostri clienti.

Sicurezza più elevata
Nuove funzionalità in Red Hat OpenStack Platform 12, come un servizio automatico di infrastructure enrollment, aiutano le organizzazioni a migliorare la sicurezza e incrementare l’efficienza attraverso l’automazione del life cycle management dei certificati di sicurezza. Altre componenti come OpenStack Block Storage (Cinder) e Bare Metal Provisioning (Ironic) presentano aggiornamenti in tema di supporto alla cifratura dei volumi e miglioramenti al disk partitioning, rispettivamente. Man mano che Red Hat continua ad assumere una posizione di rilievo nell’ambito di differenti iniziative mondiali dedicate al risk management, i clienti di Red Hat OpenStack Platform avranno accesso alla nuova Red Hat Security Guide, disponibile nel portale clienti di Red Hat, che indica caratteristiche di sicurezza, consigli di implementazione e consulenza per rispondere a requisiti base di sicurezza e per facilitare un’implementazione OpenStack più sicura.


Flessibilità superiore con un’infrastruttura modulare

Già in Red Hat OpenStack Platform 10 erano stati introdotti ruoli modulari, che consentono agli operatori di creare profili personalizzati in base ai loro processi e servizi individuali, per rispondere a necessità sempre diverse. Red Hat OpenStack Platform 11 ha esteso le opzioni dei ruoli modulari, rendendo implementazione e aggiornamento di Red Hat OpenStack Platform più flessibile ma anche coerente. Ora, Red Hat OpenStack Platform 12 porta questa modularità ancora più avanti estendendola alle reti. Nelle versioni precedenti, gli utenti dovevano scegliere tra topologie di reti prefissate. Con le nuove reti modulari, gli utenti possono definire la topologia di rete che preferiscono, con limitazioni minori. Inoltre, gli operatori possono creare quante reti desiderano, compresa la topologia spine and leaf L3, e non hanno più limiti nella quantità delle reti. Questi miglioramenti rendono più semplice per le aziende personalizzare le implementazioni OpenStack per rispondere alle loro necessità specifiche, anche su ampia scala.

Inoltre, Red Hat OpenStack Platform 12 offre anche supporto alla API open Redfish DMTF (Distributed Management Task Force) per una infrastruttura modulare. Il supporto a questa nuova specifica di settore consente alla versione 12 di interagire con altre soluzioni che utilizzano la stessa API Redfish, come ad esempio Intel Rack Scale Design (Intel RSD).

OpenDaylight per la network automation
La versione 12 estende la sua preview tecnologica di OpenDaylight, una piattaforma modulare open source per la personalizzazione e automazione di una rete software-defined. Progettata per aiutare le aziende clienti a raggiungere velocità e throughput superiori, l’evoluzione del supporto alla Network function virtualizazion (NFV) tramite OpenDaylight per OpenStack resta un elemento chiave per Red Hat. I miglioramenti apportati all’integrazione di OpenDaylight sono pensati non solo per rendere più efficace il modo in cui il Data Plane Developer Kit (DPDK) viene implementato, ma anche per ottenere prestazioni più elevate grazie alle sue funzionalità SDN.


Distributed Continuous Integration

Cinque anni fa, la Distributed Continuous Integration (DCI) di Red Hat ha introdotto per clienti e partner un nuovo metodo di interagire con la Red Hat OpenStack Platform. Obiettivo principale della DCI è quello di aiutare Red Hat a fornire il miglior software OpenStack del mercato, attraverso l’automazione del ciclo composto da deployment, testing e feedback tra clienti e partner per release di pre- e post-prodotto. Questo permette a Red Hat di testare casi di utilizzo reali, verificandoli singolarmente con configurazioni incentrate sul cliente e sul partner. Oggi, DCI fornisce automaticamente log utili ai team di quality engineering di Red Hat, riducendo la quantità di tempo necessaria a identificare, creare e restituire rimedi alla comunità.


Disponibilità

Red Hat OpenStack Platform 12 sarà disponibile a breve attraverso il Red Hat Customer Portal e come componente delle soluzioni Red Hat Cloud Infrastructure e Red Hat Cloud Suite.

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La mia intervista per la trasmissione RADIOLINUX di RadiostART

Negli scorsi giorni ho avuto il piacere di essere intervistato per la trasmissione RADIOLINUX in onda su RadiostART una web radio italiana.

RADIOLINUX, come lascia intendere il nome, è una trasmissione dedicata al mondo GNU/Linux. Per chi si fosse perso la diretta è possibile riascoltare il podcast della puntata integrale all’indirizzo
Potete ascoltarla andando all’indirizzo:
https://www.radiostart.it/blog/podcast/radiolinux-puntata-1/

RADIOLINUX Puntata 1

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Ubuntu ha bisogno di un nuovo tema di default e cerca l’aiuto della comunità

Il team di sviluppo di Ubuntu ha deciso di lavorare al look della distro e per farlo ha bisogno di aiuto. Per questo motivo ha pensato bene di lanciare una richiesta di aiuto a tutta la comunità di Ubuntu. L’obiettivo è quello di avere un nuovo tema completo (comprensivo dunque di tema per GNOME Shell, tema GTK3 e GTk2 e un tema di icone) in tempo per il rilascio di Ubuntu 18.04 LTS. Se il piano andrà in porto questo verrà utilizzato come nuovo tema di default di Ubuntu 18.04 LTS, altrimenti, in caso di ritardi, verrà comunque data la possibilità di installarlo successivamente.
L’idea è quella di creare un tema da zero, basando il lavoro sul lavoro fatto dal team di GNOME:

  • partire da Adwaita per il tema GTK3 e GNOME Shell, adattandolo di volta in volta al look prefissato per Ubuntu ma avendo sempre come base il tema Adwaita
  • per il tema di icone la proposta iniziale è quella di utilizzare il set di icone Suru già sviluppate per Unity 8

Cosa ne pensate? Per maggiori informazioni e per scoprire come contribuire vi rimando al post sull’Ubuntu Community Hub.”"

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Outlook Open Converter: il tool per convertire file .DBX in .EML e file .PST in .MBOX

Microsoft, da buona azienda commerciale, fa largo uso di formati proprietari per salvare i file generati dalle sue applicazioni, anche per applicazioni come i programmi di posta elettronica. Questo fa si che, quando decidiamo di cambiare applicazione, andiamo in contro a problemi di conversione e siamo spesso costretti a cercare programmi commerciali per poter risolvere i nostri problemi.
Fortuna vuole che spesso e volentieri la comunità del software libero arriva a metterci una pezza fornendo soluzioni libere in grado di farci risparmiare soldi e grattacapi vari.
Quest’oggi vi voglio parlare di Outlook Open Converter, una piccola applicazione per Linux basata su readpst e dbxconv che fornisce una comoda GUI per convertire file Outlook e Outlook Express in standard aperti. Il programma converte file .DBX di Outlook Express 5/6 nel formato .EML e file .PST di Outlook 2003/2007/2010 nel formato MBOX.
Il programma, di cui è disponibile un comodo DEB per sistemi Ubuntu (e derivate), è molto semplice da utilizzare.
Una volta installato ed eseguito ci verrà mostrata una semplice schermata che ci chiede quale file o cartella convertire

Una volta selezionato il file basterà confermare e il programma provvederà a convertire il tutto e generare il nuovo file.

Potete scaricare il DEB di Outlook Open Converter a questo indirizzo (è disponibile sia localizzato in inglese che localizzato in italiano).”"

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Outlook Open Converter: il tool per convertire file .DBX in .EML e file .PST in .MBOX

Microsoft, da buona azienda commerciale, fa largo uso di formati proprietari per salvare i file generati dalle sue applicazioni, anche per applicazioni come i programmi di posta elettronica. Questo fa si che, quando decidiamo di cambiare applicazione, andiamo in contro a problemi di conversione e siamo spesso costretti a cercare programmi commerciali per poter risolvere i nostri problemi.
Fortuna vuole che spesso e volentieri la comunità del software libero arriva a metterci una pezza fornendo soluzioni libere in grado di farci risparmiare soldi e grattacapi vari.
Quest’oggi vi voglio parlare di Outlook Open Converter, una piccola applicazione per Linux basata su readpst e dbxconv che fornisce una comoda GUI per convertire file Outlook e Outlook Express in standard aperti. Il programma converte file .DBX di Outlook Express 5/6 nel formato .EML e file .PST di Outlook 2003/2007/2010 nel formato MBOX.
Il programma, di cui è disponibile un comodo DEB per sistemi Ubuntu (e derivate), è molto semplice da utilizzare.
Una volta installato ed eseguito ci verrà mostrata una semplice schermata che ci chiede quale file o cartella convertire

Una volta selezionato il file basterà confermare e il programma provvederà a convertire il tutto e generare il nuovo file.

Potete scaricare il DEB di Outlook Open Converter a questo indirizzo (è disponibile sia localizzato in inglese che localizzato in italiano).”"

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Canonical si unisce al GNOME Foundation Advisory Board

Canonical, dopo la decisione di migrare a GNOME Shell come desktop predefinito di Ubuntu 17.10, ha deciso di diventare un membro del consiglio consultivo della GNOME Foundation.

L’Advisory Board della GNOME Foundation è un organismo, formato dalle diverse organizzazioni che fanno parte della GNOME Foundation, il cui scopo è quello di sostenere economicamente e di supportare lo sviluppo di GNOME. Nel consiglio troviamo membri di spicco come Google, la Linux Foundation, la Free Software Foundation, Red Hat. SUSE e Debian.

Maggiori informazioni su:
Ubuntu Insights – Canonical joins GNOME Foundation Advisory Board

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Canonical si unisce al GNOME Foundation Advisory Board

Canonical, dopo la decisione di migrare a GNOME Shell come desktop predefinito di Ubuntu 17.10, ha deciso di diventare un membro del consiglio consultivo della GNOME Foundation.

L’Advisory Board della GNOME Foundation è un organismo, formato dalle diverse organizzazioni che fanno parte della GNOME Foundation, il cui scopo è quello di sostenere economicamente e di supportare lo sviluppo di GNOME. Nel consiglio troviamo membri di spicco come Google, la Linux Foundation, la Free Software Foundation, Red Hat. SUSE e Debian.

Maggiori informazioni su:
Ubuntu Insights – Canonical joins GNOME Foundation Advisory Board

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CZIP X – Crittografia affidabile per attività quotidiane

Viviamo in un mondo iperconnesso e salvare documenti importanti su computer, dispositivi mobili e cloud storage è diventata un’abitudine per chiunque; tuttavia l’immensa comodità offerta dalle moderne soluzioni informatiche ci induce spesso a trascurare quali potrebbero essere gli effetti collaterali del loro uso. Dal 2014 ad oggi abbiamo assistito alla crescita esponenziale dei casi di violazione degli account di numerosi servizi cloud e la relativa sottrazione di materiali che sarebbero dovuti restare a disposizione del solo legittimo titolare dell’account. I casi più eclatanti sono sicuramente quelli noti come “The Fappening“, il furto di centinaia di foto intime di diverse attrici USA, e quello della giornalista italiana Diletta Leotta, anch’essa vittima del furto e della divulgazione di fotografie intime. Si tratta solo di un esempio perché l’elenco di casi sarebbe lunghissimo da riportare, però un elemento è comune a tutte le violazioni di account online: l’utente si fida troppo dei servizi di storage e dei propri dispositivi informatici.

Un tempo per conservare documenti segreti o comunque importanti per il proprio lavoro e la vita privata, si ricorreva all’uso della cassaforte: un malintenzionato avrebbe dapprima dovuto accedere al locale ove la cassaforte era collocata e poi avrebbe dovuto indovinare la combinazione per poterla aprire o, comunque, nel caso delle piccole casseforti a muro, avrebbe dovuto smurare e portar via la cassaforte per provare a scassinarla in un posto diverso. Paradossalmente, nell’era del documento informatico, è diventato “molto più facile” il furto di informazioni digitali: se salviamo documenti in uno smartphone, possiamo perdere il dispositivo oppure può esserci rubato oppure, ancora, può danneggiarsi e impedire il recupero dei documenti; se salviamo documenti sul computer, questo può essere rubato (tutto o solo gli hard disk) o qualcuno può effettuare accessi abusivi per consultare il contenuto e sottrarre o danneggiare i documenti; se conserviamo i documenti su cloud storage, un malintenzionato può accedere al nostro account e prelevare ciò che desidera (come nei casi esemplificati in precedenza). Alla fine del 2017, quindi, non esiste un posto realmente sicuro in cui conservare un documento informatico importante.
L’unica difesa veramente efficace è la crittografia e CZIP X è stato realizzato proprio per questi scopi. Quest’applicazione è stata concepita partendo da un’idea di fondo: impedire totalmente la sottrazione o la copia non autorizzata dei documenti non è possibile, dunque meglio far sì che un intruso si ritrovi davanti solo e semplicemente una serie di piccole casseforti digitali.

CZIP X nasce dall’esperienza maturata con ZipGenius e la espande: già in ZipGenius la tecnologia denominata “CZIP” consente la crittografia degli archivi ZIP ma la versione 2.3 di quella tecnologia è stata superata dalla realtà dei fatti e una revisione di quella tecnologia si è resa più che mai necessaria. Per offrire una protezione migliore ai documenti, abbiamo pensato di riscrivere la tecnologia CZIP da zero per eliminare caratteristiche che oggi appaiono obsolete ai fini della protezione dei dati e, contemporaneamente, per implementare tecniche crittografiche allo stato dell’arte.

Scelta dell’algoritmo di cifratura.
Lo sviluppo di CZIP X è durato circa due anni perché l’obiettivo era costruire un’applicazione multipiattaforma e che osservasse le migliori prassi in campo crittografico. Principale fonte d’ispirazione sono stati gli articoli e i libri di Bruce Schneier, membro del board del progetto Tor e rinomato studioso di tecniche crittografiche, nonché egli stesso realizzatore di alcuni fra i più noti algoritmi crittografici (Blowfish e Twofish sono impiegati in CZIP X).
CZIP X permette di realizzare archivi cifrati: basta selezionare i files da crittografare, scegliere l’algoritmo di cifratura (fra Blowfish, Twofish e AES/Rijndael), inserire una passphrase e impostare altre opzioni per rendere l’archivio progressivamente più sicuro - la nostra tecnologia è definibile come metodo di “sicurezza a strati” poiché, man mano che si attivano le diverse opzioni offerte dall’applicazione, l’archivio acquisisce strati di sicurezza.
Sono quattro le caratteristiche fondamentali di CZIP X:
  • l’uso di passphrase in luogo delle password: anche recentemente il NIST ha suggerito di sostituire alle password complicate (tipo WxK!#[email protected]) l’uso di vere frasi, ossia parole (anche di senso compiuto) separate da spazi;
  • l’uso dei QR-code: è possibile generare un QR-code da comunicare al destinatario di un archivio cifrato, senza la necessità di comunicargli anche la passphrase per decifrarlo – la passphrase è crittografata all’interno del QR-code;
  • l’uso di marche temporali provenienti da time server NTP per il conferimento di data e ora certa di creazione;
  • la possibilità di rendere l’archivio non condivisibile: l’archivio cifrato può essere creato in modo da essere indecifrabile in altri dispositivi o da altri utenti dello stesso dispositivo d’origine.
Le opzioni per personalizzare l’archivio e renderlo autobloccante o autocancellante.
Si aggiungano a queste anche la possibilità di creare archivi auto-bloccanti e auto-cancellanti: in sede di decifratura, dopo aver sbagliato per tre volte la passphrase, CZIP X, rispettivamente, blocca i contenuti dell’archivio (pur mantenendoli virtualmente recuperabili) oppure cancella in modo sicuro i dati cifrati e l’archivio diviene inutilizzabile.
La finestra delle opzioni per esperti.
Dopo la cifratura, è possibile generare un QR-code.
La finestra dell’assistente alla decifratura.
CZIP X per Linux è assolutamente gratuito (donazioni sono ben accette, tuttavia) mentre le versioni per Windows 10/10 Mobile, macOS e Android saranno disponibili dai rispettivi app store a soli € 0,99 (con un periodo di prova gratuita).
CZIP X per Linux può essere scaricato dal sito http://www.czip.it

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SuperTuxKart si aggiorna e sbarca su Android!

Il team di sviluppo di SuperTuxKart, dopo più di un anno dalla precedente release, ha annunciato il rilascio di SuperTuxKart 0.9.3-rc1 nome in codice “Halloween Update”.

Altra grande novità è l’arrivo di SuperTuxKart su Android. Potete scaricare il gioco direttamente dal Google Play Store oppure scaricare l’apk dal sito.

Di seguito trovate un piccolo video che mostra il gioco su Android.

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Ubuntu 18.04 LTS si chiamerà Bionic Beaver

Mark Shuttleworth ha annunciato il nome in codice della prossima release di Ubuntu, quella che sarà la prima LTS dal 2011 a non avere Unity come interfaccia utente predefinita bensì GNOME Shell.
Ubuntu 18.04 LTS si chiamerà Bionic Beaver ovvero Castoro Bionico.
In questi sei mesi che ci separano dal rilascio di Ubuntu 18.04 LTS Bionic Beaver il team si concentrerà sul perfezionare quanto fino ad ora abbiamo visto con la Ubuntu Dock per rendere l’esperienza utente desktop ancora più appagante.
Gli utenti orfani di Unity7 non devono comunque disperarsi poiché alcuni developers e volontari si stanno organizzando per testare e mantenere aggiornato il codice di Unity7 su Ubuntu 18.04 LTS che sarà sempre possibile installare manualmente così come accade ora per la 17.10.

Immagine via Wikipedia

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